Quando si arriva in certi luoghi per la prima volta e si avverte un’emozione inspiegabile, si assiste a un gioco della memoria:
non si sta solo scoprendo un sentiero, si sta ricordando qualcosa di molto più grande.
È il richiamo delle generazioni passate, il sangue degli antenati che riconosce la propria terra.
Anche il movimento del gregge, incapace di disperdersi, risponde a una memoria antica
a quell’archetipo che spinge da sempre a cercare una guida fuori di sé.
Eppure, nel silenzio della transumanza, riaffiora l’idea che forse quel pastore non vada cercato lontano
ma sia solo la parte più ferma e profonda che ognuno dovrebbe riuscire a custodire dentro di sé.